Una casa sull’acqua

Non conosciamo il suo nome né la sua età, sappiamo unicamente che abita da solo in una singolare casa circondata dalle acque, una casa che cresce come un fungo, stanza dopo stanza all’alzarsi del livello del lago, sempre che di un lago si tratti, dove affiorano giusto qualche campanile e qualche tetto.

Troppo curioso come personaggio per non suscitare interesse.

Forse quella sua casa è uno specchio della sua anima, quell’unica stanza che assomiglia a un museo ricco di reperti e di ricordi, oggetti di uso comune, fotografie incorniciate e appese alle pareti, in un angolo una tuta da palombaro.

Fuori da qualche parte c’è la terraferma, anche se dalla nostra prospettiva non la vediamo, e più o meno regolarmente una barca attracca alla casa del nostro amico per rifornirlo di tutto quanto può servirgli, generi di sussistenza, mattoni e cemento per costruire un’ennesima stanza sopra le altre quando il tempo minaccia pioggia e il livello delle acque circostanti torna ad alzarsi.

Non ci sono scale in quella casa a pianoacqua, e del resto a cosa potrebbero servire? Per scendere ai piani inferiori basta saper nuotare e farsi pesci. Che strana idea poi, scendere per fare cosa? Sepolto sotto terra o sott’acqua, il passato è passato. Eppure qualche volta…

La collezione di pipe che ha raccolto in tanti anni, la pipa preferita che cade nell’acqua, nella botola aperta in mezzo alla stanza, e giù giù fino in fondo. Il protagonista della nostra storia non può rassegnarsi a perderla, indossa la tuta da palombaro e si immerge. Scendere da una stanza all’altra vuol dire ripercorrere a ritroso la propria esistenza, ritrovare frammenti di memoria dimenticati, fatti e persone che hanno segnato la sua vita. È un viaggio straordinario il suo, per lui e per noi. Alla fine recupererà la pipa e tanto altro.

Questa non è che la favola, tradotta in parole, di un video di animazione di un autore giapponese dal nome impossibile, che ha vinto l’oscar per la sua categoria. Secondo me è poesia pura.

Volete un consiglio? Spegnete il cellulare, assicuratevi che nessuno vi disturbi e concedetevi qualche minuto di pausa in totale tranquillità. Alzate il volume, cliccate sul link www.youtube.com/watch?v=O_2Sc8fD_Kc

e provate a non commuovervi se ci riuscite.

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Per favore, un po’ d’attenzione

Quando ero piccolo, appena finita la scuola, avveniva regolarmente che i miei mi posteggiassero per un paio di settimane a Roma, da mio nonno.

Nelle nostre passeggiate pomeridiane capitava di incrociare una vecchietta stramba che se ne andava in giro con un cane immaginario al guinzaglio. I più la evitavano, se da lontano la vedevano sullo stesso marciapiede attraversavano la strada scuotendo la testa, altri facevano proprio finta di non vederla. Solo mio nonno , un giorno, si fermò un attimo, giusto il tempo di una carezza a quel cane immaginario: “Come si chiama?” “Si chiama Zeta”.

Per un momento odiai mio nonno: come poteva prendersi gioco di quella innocua vecchietta? Solo qualche giorno dopo capii quel gesto, quando incontrammo di nuovo la donna col suo cane immaginario; in quell’occasione fu lei ad avvicinarci rivolgendosi a mio nonno: “Signore, Zeta voleva farle le feste”.

Quello che io avevo interpretato come un gesto di scherno era stato invece un gesto di cortesia e di sollecitudine.

Ma è arrivato il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare…

Questo aneddoto non mi appartiene ma è di Alessandro Piperno e introduce un articolo, pubblicato sul supplemento domenicale del Corriere, dal titolo provocatorio “Elogio dell’ipocrisia”.

In realtà mi sembra di poter dire che in questo racconto non di ipocrisia si parla ma di cortesia, di gentilezza, di attenzione, quella stessa attenzione di cui tutti abbiamo bisogno. Rendercene conto è forse il primo passo per cambiare la realtà attorno a noi, per cambiare noi stessi e i nostri rapporti con gli altri.

Il tempo e l’attenzione che dedichiamo agli altri e che gli altri dedicano a noi, forse non è la ricetta per la felicità, ma è qualcosa che magari gli assomiglia.

Ripartiamo?

Dopo una lunga pausa di riflessione eccoci qui pronti a ripartire con rinnovato entusiasmo. In un anno di silenzio ne sono accadute di cose, belle e meno belle, ed elencarle tutte non è proprio possibile. Limitiamoci dunque a ricordare che

“Teniamoci visti” è diventato un libro (Casa Editrice ExCogita)

Di cosa si tratta? Undici racconti che parlano di naufraghi e naufragi, una condizione in cui tutti, almeno una volta nella vita, si sono trovati. Parliamo chiaramente di naufragi metaforici ma non per questo meno drammatici. Ma anche nelle situazioni più difficili c’è una via d’uscita, una possibilità di salvezza, e nel caso specifico la troviamo proprio nel titolo del libro: quel “teniamoci visti” rimanda ai rapporti umani, all’amicizia, alle relazioni interpersonali, un titolo che vuole essere un augurio e un impegno programmatico: non perdiamoci di vista, rimaniamo in contatto, perché abbiamo tutti bisogno degli altri, di qualcuno che ci incoraggi, ci aiuti, ci sproni ad andare avanti, ci dia quella mano che, quando stiamo per affogare, ci può trarre in salvo.

Se la cosa vi incuriosisce vi rimando alla pagina Facebook di “Teniamoci visti” dove potete trovare gli incipit dei racconti, una presentazione multimediale e tutte le informazioni in merito. Un ultimo riferimento: http://www.youtube.com/user/giancarlomontalbini

Aspetto voi e, se ne avrete voglia, i vostri commenti. E adesso il blog riparte con il desiderio di incontrarci e di confrontarci. Per quanto tempo? Fino a quando? Dipende da voi e dalla vostra voglia di partecipare.

Ricordi e nostalgia

Lo spunto per queste riflessioni nasce da un articolo di giornale e dal vecchio post di un amico nel suo blog. Ciao Lorenzo, ti ricordi “Radici e terra”?

I ricordi hanno un peso specifico e una valenza diversi da persona a persona. Per qualcuno sono un peso insopportabile di cui disfarsi il prima possibile, altri li vivono come una catena, legami col passato di cui ci si vorrebbe liberare, e magari non si riesce, per altri ancora invece sono una ricchezza, una miniera inesauribile di emozioni e sentimenti che ci fanno essere quello che siamo e ci rendono più umani, più vulnerabili dunque ma anche più autentici.
A ben guardare cosa sono i ricordi se non le tracce del nostro passato, le storie e le esperienze che abbiamo vissuto e che in qualche modo ci hanno segnato?
Ci sono certo ricordi felici e ricordi dolorosi, ma è la vita che è così; gli uni e gli altri sono indissolubilmente legati e costituiscono le nostre radici, testimonianze dirette di un’esistenza che è la nostra. Non c’è nulla di più personale e di più unico, come unico è ciascuno di noi.
Parlare di ricordi vuol dire parlare di nostalgia, un sentimento che spesso è stato interpretato come potenzialmente patologico, indice di una tendenza alla depressione.
Proviamo nostalgia per persone e cose che non ci sono più, e questo vuol dire fare i conti con la caducità della vita, con il tempo che, inesorabile, scappa via e non ritorna. Ma la inevitabile tristezza può, deve lasciare spazio a un altro sentimento, a un’altra consapevolezza: ricordo e nostalgia sono forse gli unici strumenti che abbiamo per rendere in qualche modo eterne persone e cose che appartengono al passato , e che diversamente sarebbero perse per sempre.
Cogliere questa forza, questa potenza del ricordo rappresenta dunque, in qualche modo, un invito, una sollecitazione a vivere appieno il presente. Viviamo intensamente, oggi, situazioni ed esperienze in modo da renderle memorabili, in modo da renderle, domani, degne di memoria e di ricordo.
Anche questo, credo, può rendere la vita più leggera.

Giancarlo Montalbini (pubblicato il 28 luglio 2013)

La letteratura ci salverà

“La letteratura ci salverà”. Non so chi ma qualcuno deve averlo detto, non può essere una mia idea balzana.
Alcuni sperando la salvezza guardano le banche, ma non mi sembrano granché realistici. Credetemi, la letteratura offre qualche garanzia in più.
Premio di poesia “Alda Merini / Sezione giovani”, vincitrice Claudia Melyndra, una ragazza di diciotto anni, quinta liceo scientifico, con il suo libro di liriche “Zizzania” pubblicato dalla Casa editrice Pulcinoelefante di Alberto Casiraghy. Un piccolo assaggio?
“La poesia / è il terremoto / del cielo… Gli abissi dei miei giorni / sono pieni di assenze… E’ bello dormire / nella culla del mare”.
Che una diciottenne scriva poesie mi sembra un bel segnale. Come dite? A 18 anni tutti scrivono poesie? Una volta forse, oggi un po’ meno, ed è comunque una cosa bella. Scrivere in prosa o in versi, come del resto tutte le espressioni artistiche, testimonia il tentativo di comunicare e il bisogno di incontrarsi in un mondo che, per quanto globalizzato e a portata di clic, tende a isolarci sempre di più.
Cosa farà Claudia da grande? Forse non lo sa nemmeno lei, forse il medico, l’archivista, magari l’insegnante, ma poco importa, il futuro sarà il suo perché la forza delle parole è dirompente, salverà lei e, speriamo, salverà noi.

http://ecoinformazioni.wordpress.com/2013/06/07/zizzania-multimediale/

Alda Merini: la paura della solitudine

Dalla edizione domenicale de “La Repubblica” del 30 giugno.
Due pagine dedicate ad Alda Merini e un articolo dal titolo suggestivo: “La solitudine dei numeri di telefono” a firma di Ivan Carozzi e Valerio Millefoglie.
Camera da letto della poetessa , nella sua casa sui Navigli, numeri telefonici scritti sullo specchio e a tutta parete, col pennarello e col rossetto. “Il muro degli angeli” lo chiamava lei. Suggestivo anche il tentativo dei due giornalisti di ricostruire, partendo da quei numeri, il tessuto sociale di relazioni di Alda Merini.
In un altro articolo il giornalista Dario Cresto-Dina definisce la Merini “Una signora avida di parole scambiate, una moltiplicatrice di rapporti, relazioni, rotture improvvise e liaison ricucite”.
E c’è un passaggio, in quell’articolo, che mi sento di dover recuperare:
“Aveva paura di tutto ciò che è destinato a finire e, forse per questa ragione, cercava di procrastinare anche i congedi più anonimi, il saluto al passeggero di poche ore. Lo spediva nel bar di sotto a comprarle il gelato -lo stecco del cremino o la coppa del nonno al caffè- e un pacchetto di caramelle mou per il piacere di vederlo tornare sui suoi passi… Lo lasciava alla fine con dispiacere, donandogli una cartolina autografata con il rossetto e una preghiera: “Se le viene in mente qualcosa da raccontarmi, mi chiami”.
Spero che il giornalista autore dell’articolo e Alda Merini non me ne vorranno se rubo loro quella chiusa: se vi viene in mente qualcosa da raccontarmi, chiamatemi.

Così connessi così distanti

Su Repubblica di giovedì 13 giugno c’era un articolo di Jonathan Safran Foer dal titolo emblematico “Così connessi così lontani”. Un paradosso? Una provocazione? Un’occasione per riflettere sulla realtà che stiamo vivendo. Una brevissima citazione:
“Spesso utilizziamo la tecnologia per risparmiare tempo, ma sempre più ciò assorbe il tempo che abbiamo risparmiato, oppure rende quel tempo risparmiato meno presente, intimo e ricco. Temo che quanto più avremo il mondo a portata di dita, tanto più lontano esso sarà dai nostri cuori”.