L’idea mi è venuta ieri mentre ero in macchina, e ho deciso sul momento.
Ci torno oggi dopo un secolo. Qui abbiamo abitato per dieci anni, prima che la vita mi portasse lontano, e a questa casa sono legati gran parte dei miei ricordi dell’infanzia.
Il tempo scappa via inesorabile con le persone e le cose, ma è sufficiente sedersi un attimo sulla panca di legno nell’atrio e chiudere gli occhi per rivedere, rivivere tutto come allora, quando ero bambino. Se faccio attenzione sento anche le voci.
A pianoterra c’era l’ufficio di papà, veterinario comunale. Per anni l’accesso a quella stanza mi era stato negato, tanto bastava a renderla ai miei occhi magica e misteriosa. Le mie sorelle più grandi potevano entrare, e a me quel loro privilegio appariva profondamente ingiusto. Perché loro sì e io no?
Ricordo i contadini che la domenica mattina, prima di andare a messa, passavano dal dottore per saldare un conto, aggiornare sulla salute della vacca che si era sgravata durante la settimana, chiedere consigli. Mi sembra di vederli ancora, seduti lì fuori dall’ufficio, il cappello in mano, i visi rugosi intagliati nel legno, l’aria dimessa nonostante i vestiti della festa.
Procedendo nell’atrio c’erano, ci sono, sulla destra le scale di pietra e sulla sinistra l’accesso al giardino, interdetto anch’esso perché di pertinenza dei signori Frau che abitavano al primo piano. Un appartamento enorme tutto per loro.
Il dottor Frau e signora erano tedeschi, ed io li ho visti sempre vecchi, asciutti nell’aspetto e nell’atteggiamento, granitici e impenetrabili come quella loro lingua piena di gutturali. Erano sempre vestiti di nero o di grigio, e l’unica concessione che la moglie, in rarissime occasioni, faceva alla frivolezza femminile, era un copricapo grigio topo con una veletta, un fiocco viola e delle ciliegie nel mezzo. A me sembrava un po’ ridicolo, ma non è che fossi un grande intenditore di moda femminile …
Al secondo piano c’erano due appartamenti.
Nel primo a sinistra abitava Marisa che faceva la sarta e, senza essere sposata, aveva una figlia della mia età. Avevamo cinque anni quando io e Rita ci siamo fidanzati. Lei era tutta un ricciolo biondo, tipo le immagini sacre del Bambinello, e io ero un teppistello che se ne andava in giro con appuntata sul petto una spilla di latta, fucsia, con su scritto “I Take the pill”. Me l’aveva regalata zio Siro, reduce da un viaggio a Parigi, e io ne andavo quanto mai orgoglioso. Con quelle premesse, non poteva durare, e infatti non era durata più di due settimane …
Nell’altro appartamento sempre al secondo piano, abitava un carabiniere che si era trasferito dal sud. Sul suo conto giravano strane voci, anche perché era qui da due mesi e già si era comprato la lambretta, ma a me piaceva, non fosse altro perché un giro riuscivo sempre a scroccarlo. In paese l’avevano battezzato “passopoi” per l’inveterata abitudine di prendere congedo usando quella formula e senza pagare mai il conto, cosa che a bottegai e negozianti non risultava particolarmente gradita.
A metà tra il secondo e il terzo piano c’era un terrazzino minuscolo, che si affacciava sul giardino di Marinello Bum. Io ero un bambino ma i ragazzi più grandi si divertivano a prendere in giro quell’uomo scorbutico e scontroso che dava in escandescenze solo a sentire quel soprannome. Il giardino non era un giardino ma una foresta tropicale, e io ricordo la sorella di Marinello, una donna che avrà avuto cinquant’anni, che si aggirava nuda nel folto della vegetazione. Nella mia fantasia quello era il giardino dell’ Eden.
Nonostante la pazienza di don Giuseppe e le sue lezioni di catechismo, questa faccenda dell’albero della conoscenza e del frutto proibito io non l’ho mai capita bene. Che poi se dopo aver mangiato la mela Eva si accorgeva di essere nuda e si copriva, la magia dove andava a finire? ……
Al terzo piano abitavamo noi.
“ Buongiorno Signor … ? ”
“ Solimene ” – e tendo la mano
“ Faccio strada. Attenzione alle scale. Sa, sono quelle di una volta ”.
Le conosco bene queste scale.
Venendo in qua ieri non avevo un piano preciso, anche perché non sapevo cosa avrei trovato. Dovevo mettere in conto che l’appartamento poteva essere occupato, anzi probabilmente lo era. Nel caso avrei dovuto studiare una manovra diversiva.
E invece, passo davanti alla casa e, senza neanche scendere, vedo subito il cartello affisso sul portone: VENDESI ampio appartamento al 3° piano. Telefonare al n. 3394 … o rivolgersi alla Agenzia Immobiliare Casa Amica.
– Oggi è proprio il mio giorno fortunato – ho mormorato tra me e me.
In agenzia nessun problema. Ho fissato un appuntamento per stamattina alle 10,00, e adesso sono qui con questa ragazza che mi sculetta davanti in una minigonna che le copre giusto le natiche. Mi vengono strani pensieri ma li scaccio subito perché devo essere concentrato su altre cose più importanti.
Non ho ancora messo piede sul mezzanino tra il 2° e il 3° piano e la luce si spegne.
Penso che sono fuori forma. Una volta i gradini li divoravo due a due, e facevo in tempo a salire anche l’ultima rampa.
Ci siamo … e apre la porta.
Questa non è casa mia. Le stanze che abitiamo finiscono per assomigliarci, fanno parte di noi, prendono il nostro odore. Ma qui non c’è nessun odore.
Indugio smarrito nell’ingresso, anonimo come questo appartamento. Nessun mobile, nessun quadro alle pareti. Il vuoto mi assale all’improvviso con un nodo alla bocca dello stomaco e il freddo nel cuore.
Il tempo scappa via inesorabile con le persone e le cose …
Ma la delusione è di un momento. Ho imparato il trucco. Chiudo gli occhi solo per un attimo, quanto basta perché tutto torni com’era.
La signorina dell’agenzia nel frattempo ha aperto le finestre e ha cominciato a recitare la lezioncina mandata a memoria.
La seguo senza sentirla.
In cucina c’è il tavolo di legno dove facevo i compiti e, nell’angolo, il ricamo in punta di temperino.
Lo schiaffo improvviso mi fa girare la testa di scatto.
Di papà ricordo solo due schiaffi. L’altro quando mi sorprese con le dita nel naso.
Mamma cerca di consolarmi.
In sala le sedie thonet laccate in nero. Mi affascinava quella mancanza assoluta di spigoli, le gambe che si allargavano verso il basso e quelle posteriori che proseguivano nella cornice esterna della spalliera, rotonda come la seduta di paglia.
Sempre in sala c’è la credenza con le vetrinette e quell’orribile mastino napoletano di ceramica, la testa del mastino napoletano con la lingua di fuori, bianca. Era un campanello, il segnale che era pronto in tavola.
Ritrovo i volti, le voci. Ci siamo tutti.
E’ per questo che sono tornato.
“ Cosa dice? Le piace? ” – mi fa la mia guida, lasciando chiaramente intendere che il giro turistico è finito.
Cosa faccio? Le dico che l’interesse all’acquisto era tutto una messa in scena?
Non posso confessarle la verità, che volevo solo fare via la polvere dai ricordi e lucidare l’argenteria di famiglia. Avrà vent’anni e non credo che capirebbe.
“ Davvero carino. Ci penso un po’ e poi telefono in agenzia per farvi sapere. Molte grazie” – e mi avvio verso la porta.
Sulle scale mi attardo e faccio in modo di rimanere indietro. Sul pianerottolo mi chino fingendo di allacciarmi una scarpa.
La ragazza dell’agenzia è già in fondo alla rampa e io mi affaccio un attimo sul terrazzino.
Dal giardino dell’Eden, nascosta tra gli alberi, Eva mi saluta.