Sono ancora qui

Dieci anni fa avevo inaugurato il mio blog teniamocivisti.wordpress.com, uno spazi virtuale per incontrarsi, per non perdersi, per ritrovarsi. Un tentativo fallito?

Dopo tanto tempo, anche se molte cose sono cambiate, eccomi a riflettere su quelle righe rivolte agli amici di ieri, di oggi e di domani.

Anche se la realtà attorno a noi è profondamente cambiata, io sono ancora lo stesso, identiche le domande, le paure, le speranze, e questo mi sembra un motivo sufficiente per riproporre quella lettera aperta.

A scanso di equivoci questo non è il tentativo un po’ maldestro e patetico di fermare il tempo, piuttosto una sorta di verifica, un modo per vedere se nel marasma generale che ci circonda c’è qualcosa che si è salvato, qualcosa da salvare.

Qualcosa di me

Posted on 5 ottobre 2012

A chi può interessare dove e quando sono nato? Tra l’altro il certificato di battesimo riporta una data di nascita diversa rispetto a quella di tutti gli altri documenti. Ma un anno in più o in meno non è importante.

Importante invece è chiarire subito che noi di quella generazione abbiamo perso. Abbiamo fatto male i conti con la realtà. Credevamo di cambiare il mondo, e il mondo ha cambiato molti di noi.

Qualcuno lavora in banca, altri hanno fatto carriera in televisione o dietro una scrivania, qualcuno è entrato in politica. C’è chi è saltato dal treno prima dell’ultima curva, chi ha cambiato bandiera e chi nelle bandiere non crede più.

C’è anche chi è allo sbando e chi, irriducibile don Chisciotte, continua a combattere le sue battaglie contro i mulini a vento, magari solo un po’ più cinico e disilluso. Qualcuno si è barricato in casa e sta alla finestra.

E io dove sono? Voi dove siete?

Giancarlo Montalbini (pubblicato in data 5 ottobre 2012)

Sogni e ricordi, ricordi e sogni

Due vecchi su una panchina. Frammenti rubati di una conversazione tra il filosofico e il sociologico:

– Io l’ho sempre detto che ricordi e sogni so’ della stessa pasta. 

– E da dove t’esce questa fesseria? I sogni lassali ai giovani, per noi ce so’ solo  i ricordi.

Io non lo so chi dei due avesse ragione, ma so per certo che per me ricordi e sogni hanno lo stesso fascino. Con questa premessa non potevo non essere colpito da un monologo di Fiorella Mannoia in chiusura di un suo show che la Rai ci ha di recente riproposto. Se riesco provo a trascriverlo e a condividerlo con voi sperando possa piacervi com’è piaciuto a me.

Dedicato a un cuscino

” E’ ora di dormire, e questo è il mio cuscino. Io lo porto sempre con me. Non me guardate così … mica so’ matta. E’ che i cuscini sono i depositari dei nostri sogni. C’avete mai pensato? I sogni mica si lasciano incustoditi, bisogna proteggerli.

Tutti abbiamo un cuscino più o meno come questo, ci dormiamo sopra tutte le notti. Noi c’appoggiamo la testa e loro si prendono tutti i nostri sogni, ma anche i pensieri, le idee, le nostre insicurezze, la nostra voglia di combattere, le promesse che ci facciamo, la gioia, le delusioni. Sta tutto qua dentro. Se potessero parlare … C’hanno visto, che ne so,  camminare sull’acqua, cavalcare una giraffa, c’hanno visto volare, , c’hanno visto combattere contro un drago strabico, come diceva Lucio … perché nei sogni tutto è possibile. C’hanno visto tornare indietro nel tempo, ritornare bambini, parlare con i nostri cari che non ci sono più. Perché i cuscini custodiscono il segreto delle persone che ci appaiono in sogno. Noi non sappiamo perché, ma loro sì.

Nei sogni tutto è possibile, nei sogni non ci sono limiti né di spazio né di tempo, né di fantasia. Nel mondo di là, quello dei sogni, noi siamo liberi per davvero.

E loro si lasciano maltrattare, si lasciano attorcigliare, si lasciano anche abbracciare, riempiono vuoti i cuscini, e si prendono anche le nostre lacrime. E mi piace pensare che le canzoni, le invenzioni, le idee, abbiano trovato vita in cuscini proprio come questo. I sogni di grandi uomini e donne che hanno cambiato questo mondo. Sogni che hanno contagiato altri sogni, come una catena. Che bello sarebbe, tutti con un grande sogno di speranza, oh cavolo, lo cambieremmo davvero il mondo. Eh va be’, è sempre il solito vecchio sogno ma a me piace sempre.

E comunque quegli uomini hanno cambiato il mondo perché hanno sognato di farlo, perché anche a sognare ci vuole coraggio, e il coraggio a volte si paga caro.

Tutti abbiamo il diritto di avere un cuscino come questo, su cui appoggiare la testa e sognare il mondo che vorremmo. Ma abbiamo anche il dovere di custodire i nostri sogni, di proteggerli, e non permettere a nessuno che ce li portino via.

 

 

 

La casa del giardino dell’Eden

L’idea mi è venuta ieri mentre ero in macchina, e ho deciso sul momento.

Ci torno oggi dopo un secolo. Qui abbiamo abitato per dieci anni, prima che la vita mi portasse lontano, e a questa casa sono legati gran parte dei miei ricordi dell’infanzia.

Il tempo scappa via inesorabile con le persone e le cose, ma è sufficiente sedersi un attimo sulla panca di legno nell’atrio e chiudere gli occhi per rivedere, rivivere tutto come allora, quando ero bambino. Se faccio attenzione sento anche le voci.

A pianoterra c’era l’ufficio di papà, veterinario comunale. Per anni l’accesso a quella stanza mi era stato negato, tanto bastava a renderla ai miei occhi magica e misteriosa. Le mie sorelle più grandi  potevano entrare, e a me quel loro privilegio appariva profondamente ingiusto. Perché loro sì e io no?

Ricordo i contadini che la domenica mattina, prima di andare a messa, passavano dal dottore per saldare un conto, aggiornare sulla salute della vacca che si era sgravata durante la settimana, chiedere consigli. Mi sembra di vederli ancora, seduti lì fuori dall’ufficio, il cappello in mano, i visi rugosi intagliati nel legno, l’aria dimessa nonostante i vestiti della festa.

Procedendo nell’atrio c’erano, ci sono, sulla destra le scale di pietra e sulla sinistra l’accesso al giardino, interdetto anch’esso perché di pertinenza dei signori Frau che abitavano al primo piano. Un appartamento enorme tutto per loro.

Il dottor Frau e signora erano tedeschi, ed io li ho visti sempre vecchi, asciutti nell’aspetto e nell’atteggiamento, granitici e impenetrabili come quella loro lingua piena di gutturali. Erano sempre vestiti di nero o di grigio, e l’unica concessione che la moglie, in rarissime occasioni, faceva alla frivolezza femminile, era un copricapo grigio topo con una veletta, un fiocco viola e delle ciliegie nel mezzo. A me sembrava un po’ ridicolo, ma non è che fossi un grande intenditore di moda femminile …

Al secondo piano c’erano due appartamenti.

Nel primo a sinistra abitava Marisa che faceva la sarta e, senza essere sposata, aveva una figlia della mia età. Avevamo cinque anni quando io e Rita ci siamo fidanzati. Lei era tutta un ricciolo biondo, tipo le immagini sacre del Bambinello, e io ero un teppistello che se ne andava in giro con appuntata sul petto una spilla di latta, fucsia, con su scritto “I Take the pill”. Me l’aveva regalata zio Siro, reduce da un viaggio a Parigi, e io ne andavo quanto mai orgoglioso. Con quelle premesse, non poteva durare, e infatti non era durata più di due settimane …

Nell’altro appartamento sempre al secondo piano, abitava un carabiniere che si era trasferito dal sud. Sul suo conto giravano strane voci, anche perché era qui da due mesi e già si era comprato la lambretta, ma a me piaceva, non fosse altro perché un giro riuscivo sempre a scroccarlo. In paese l’avevano battezzato “passopoi” per l’inveterata abitudine di prendere congedo usando quella formula e senza pagare mai il conto, cosa che a bottegai e negozianti non risultava particolarmente gradita.

A metà tra il secondo e il terzo piano c’era un terrazzino minuscolo, che si affacciava sul giardino di Marinello Bum. Io ero un bambino ma i ragazzi più grandi si divertivano a prendere in giro quell’uomo scorbutico e scontroso che dava in escandescenze solo a sentire quel soprannome. Il giardino non era un giardino ma una foresta tropicale, e io ricordo la sorella di Marinello, una donna che avrà avuto cinquant’anni, che si aggirava nuda nel folto della vegetazione. Nella mia fantasia quello era il giardino dell’ Eden.

Nonostante la pazienza di don Giuseppe e le sue lezioni di catechismo, questa faccenda dell’albero della conoscenza e del frutto proibito io non l’ho mai capita bene. Che poi se dopo aver mangiato la mela Eva si accorgeva di essere nuda e si copriva, la magia dove andava a finire? ……

Al terzo piano abitavamo noi.

“ Buongiorno Signor … ? ”

“ Solimene ” – e tendo la mano

“ Faccio strada. Attenzione alle scale. Sa, sono quelle di una volta ”.

Le conosco bene queste scale.

Venendo in qua ieri non avevo un piano preciso, anche perché non sapevo cosa avrei trovato. Dovevo mettere in conto che l’appartamento poteva essere occupato, anzi probabilmente lo era. Nel caso avrei dovuto studiare una manovra diversiva.

E invece, passo davanti alla casa e, senza neanche scendere, vedo subito il cartello affisso sul portone: VENDESI  ampio appartamento al 3° piano. Telefonare al n. 3394 … o rivolgersi alla Agenzia Immobiliare Casa Amica.

– Oggi è proprio il mio giorno fortunato – ho mormorato tra me e me.

In agenzia nessun problema. Ho fissato un appuntamento per stamattina alle 10,00, e adesso sono qui con questa ragazza che mi sculetta davanti in una minigonna che le copre giusto le natiche. Mi vengono strani pensieri ma li scaccio subito perché devo essere concentrato su altre cose più importanti.

Non ho ancora messo piede sul mezzanino tra il 2° e il 3° piano e la luce si spegne.

Penso che sono fuori forma. Una volta i gradini li divoravo due a due, e facevo in tempo a salire anche l’ultima rampa.

Ci siamo … e apre la porta.

 

Questa non è casa mia. Le stanze che abitiamo finiscono per assomigliarci, fanno parte di noi, prendono il nostro odore. Ma qui non c’è nessun odore.

Indugio smarrito nell’ingresso, anonimo come questo appartamento. Nessun mobile, nessun quadro alle pareti. Il vuoto mi assale all’improvviso con un nodo alla bocca dello stomaco e il freddo nel cuore.

Il tempo scappa via inesorabile con le persone e le cose …

Ma la delusione è di un momento. Ho imparato il trucco. Chiudo gli occhi solo per un attimo, quanto basta perché tutto torni com’era.

La signorina dell’agenzia nel frattempo ha aperto le finestre e ha cominciato a recitare la lezioncina mandata a memoria.

La seguo senza sentirla.

In cucina c’è il tavolo di legno dove facevo i compiti e, nell’angolo, il ricamo in punta di temperino.

Lo schiaffo improvviso mi fa girare la testa di scatto.

Di papà ricordo solo due schiaffi. L’altro quando mi sorprese con le dita nel naso.

Mamma cerca di consolarmi.

In sala le sedie thonet laccate in nero. Mi affascinava quella mancanza assoluta di spigoli, le gambe che si allargavano verso il basso e quelle posteriori che proseguivano nella cornice esterna della spalliera, rotonda come la seduta di paglia.

Sempre in sala c’è la credenza con le vetrinette e quell’orribile mastino napoletano di ceramica, la testa del mastino napoletano con la lingua di fuori, bianca. Era un campanello, il segnale che era pronto in tavola.

Ritrovo i volti, le voci. Ci siamo tutti.

E’ per questo che sono tornato.

“ Cosa dice? Le piace? ” – mi fa la mia guida, lasciando chiaramente intendere che il giro turistico è finito.

Cosa faccio? Le dico che l’interesse all’acquisto era tutto una messa in scena?

Non posso confessarle la verità, che volevo solo fare via la polvere dai ricordi e lucidare l’argenteria di famiglia. Avrà vent’anni e non credo che capirebbe.

“ Davvero carino. Ci penso un po’ e poi telefono in agenzia per farvi sapere. Molte grazie” –  e mi avvio verso la porta.

Sulle scale mi attardo e faccio in modo di rimanere indietro. Sul pianerottolo mi chino fingendo di allacciarmi una scarpa.

La ragazza dell’agenzia è già in fondo alla rampa e io mi affaccio un attimo sul terrazzino.

Dal giardino dell’Eden, nascosta tra gli alberi, Eva mi saluta.

 

 

Di ricordo in ricordo

Un regalo che ci ha fatto questa maledetta pandemia è certamente il tempo. Fino a pochi mesi fa non ne avevamo mai abbastanza, soffocati da mille impegni che ci apparivano inderogabili, e le giornate sempre troppo brevi per fare tutto, per rispondere a tutti, col rischio di rimandare a un domani indeterminato le cose davvero importanti.

Oggi al contrario le giornate rischiano di risultare troppo lunghe e le ore dilatate dalla noia. A parte che della noia qualcuno, non so più chi, ha scritto anche l’elogio, io comunque non corro il rischio: lettera a quel amico d’infanzia che non vedo e non sento da un’eternità, un po’ di orto, prima lezione di spagnolo online, una mezz’ora di cyclette e un po’ di ordine nello studio che ne aveva urgente bisogno.

E’ così che ho ritrovato un libretto minuscolo scritto a più mani e mi sono perso dietro ai ricordi, cosa che del resto mi capita spesso.

Undici anni fa a Cuneo, un laboratorio di scrittura creativa con un docente della Holden, una decina di amici che una volta al mese si ritrovavano attorno a un tavolo per leggere, scrivere, coltivare una passione condivisa ospiti della Casa Delfino che nelle sue stanze aveva visto passare anche Ernest Hemingway: era come se quello spirito irrequieto e ribelle aleggiasse tra di noi. Per me doveva essere una cosa importante se ogni volta mi sobbarcavo a una trasferta di quasi trecento chilometri.

A fine “corso” l’idea di un libro di racconti, “Di qualunque cosa, di qualunque casa”, tema e titolo un omaggio alla Casa che ci ospitava e che si era accollata le spese per editarlo.

Per me è stato immediato tornare alla casa dove sono cresciuto fino a vent’anni e dove da allora non sono più tornato. Magari domani ne riparliamo.

Alla vita di NAZIM HIKMET

Alla vita

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio,
le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio,
pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

1948

Ho trovato questa poesia in fondo a un cassetto e la trovo bellissima… tanto bella che non ho parole per commentarla

Oggi come ieri o forse no

Un titolo più cretino proprio non potevo trovarlo, ma forse si adatta a un blog che non è un blog e che, dopo tanto tempo, non so più nemmeno io cos’è. Avevo cominciato con l’entusiasmo dei neofiti , un articolo a settimana, uno al mese, ogni sei mesi, e poi il silenzio di anni.

In quel quaderno a quadretti con la copertina viola, scritto fitto fitto pagina dopo pagina, si intrecciavano sogni e sconfitte, speranze, delusioni, amicizie perse e ritrovate, emozioni forti fino alle lacrime. Dov’è finito? In fondo a un cassetto ma proprio in fondo, dimenticato, e se va bene un pomeriggio di questi, quando avrò tempo e voglia di mettere un po’ di ordine tra le mie cose e i miei ricordi, me lo ritroverò per caso tra le mani, soffierò via la polvere degli anni e lo sfoglierò con un sorriso, magari con un po’ di commozione ripensando a quello che ero e che non sono più. Se va male rimarrà lì dov’è, questa volta dimenticato davvero per sempre, e quando sarà l’ora ci penserà qualcun altro a buttare via tutto, un bel falò di carte e cartacce o qualche sacco della pattumiera da portare in discarica.

Magari rideranno di quel vecchio pazzo che conservava l’inverosimile, appunti di filosofia, ritagli di giornale evidenziati in giallo e con annotazioni a margine, recensioni di libri, lettere ricevute e lettere scritte mai spedite, scontrini della spesa e della benzina, biglietti di ingresso a mostre e musei, bozze di racconti, brogliacci e foglietti di appunti con un numero di telefono e un nome, un quaderno dalla copertina viola.

Questo blog è come quel quaderno. Per me era una cosa importante, è possibile che torni a esserlo? Oggi come ieri ?

“Teniamoci visti”. Quel titolo, che nel frattempo è diventato anche un libro, suona sempre come un impegno, una promessa; forse sono ancora in tempo per mantenerla anche se molti degli amici a cui mi rivolgevo non ci sono più; devo provarci anche per loro, e poi per me e per i nuovi amici che magari mi capiterà di incontrare lungo la strada. E allora… teniamoci visti.

Una casa sull’acqua

Non conosciamo il suo nome né la sua età, sappiamo unicamente che abita da solo in una singolare casa circondata dalle acque, una casa che cresce come un fungo, stanza dopo stanza all’alzarsi del livello del lago, sempre che di un lago si tratti, dove affiorano giusto qualche campanile e qualche tetto.

Troppo curioso come personaggio per non suscitare interesse.

Forse quella sua casa è uno specchio della sua anima, quell’unica stanza che assomiglia a un museo ricco di reperti e di ricordi, oggetti di uso comune, fotografie incorniciate e appese alle pareti, in un angolo una tuta da palombaro.

Fuori da qualche parte c’è la terraferma, anche se dalla nostra prospettiva non la vediamo, e più o meno regolarmente una barca attracca alla casa del nostro amico per rifornirlo di tutto quanto può servirgli, generi di sussistenza, mattoni e cemento per costruire un’ennesima stanza sopra le altre quando il tempo minaccia pioggia e il livello delle acque circostanti torna ad alzarsi.

Non ci sono scale in quella casa a pianoacqua, e del resto a cosa potrebbero servire? Per scendere ai piani inferiori basta saper nuotare e farsi pesci. Che strana idea poi, scendere per fare cosa? Sepolto sotto terra o sott’acqua, il passato è passato. Eppure qualche volta…

La collezione di pipe che ha raccolto in tanti anni, la pipa preferita che cade nell’acqua, nella botola aperta in mezzo alla stanza, e giù giù fino in fondo. Il protagonista della nostra storia non può rassegnarsi a perderla, indossa la tuta da palombaro e si immerge. Scendere da una stanza all’altra vuol dire ripercorrere a ritroso la propria esistenza, ritrovare frammenti di memoria dimenticati, fatti e persone che hanno segnato la sua vita. È un viaggio straordinario il suo, per lui e per noi. Alla fine recupererà la pipa e tanto altro.

Questa non è che la favola, tradotta in parole, di un video di animazione di un autore giapponese dal nome impossibile, che ha vinto l’oscar per la sua categoria. Secondo me è poesia pura.

Volete un consiglio? Spegnete il cellulare, assicuratevi che nessuno vi disturbi e concedetevi qualche minuto di pausa in totale tranquillità. Alzate il volume, cliccate sul link www.youtube.com/watch?v=O_2Sc8fD_Kc

e provate a non commuovervi se ci riuscite.

Per favore, un po’ d’attenzione

Quando ero piccolo, appena finita la scuola, avveniva regolarmente che i miei mi posteggiassero per un paio di settimane a Roma, da mio nonno.

Nelle nostre passeggiate pomeridiane capitava di incrociare una vecchietta stramba che se ne andava in giro con un cane immaginario al guinzaglio. I più la evitavano, se da lontano la vedevano sullo stesso marciapiede attraversavano la strada scuotendo la testa, altri facevano proprio finta di non vederla. Solo mio nonno , un giorno, si fermò un attimo, giusto il tempo di una carezza a quel cane immaginario: “Come si chiama?” “Si chiama Zeta”.

Per un momento odiai mio nonno: come poteva prendersi gioco di quella innocua vecchietta? Solo qualche giorno dopo capii quel gesto, quando incontrammo di nuovo la donna col suo cane immaginario; in quell’occasione fu lei ad avvicinarci rivolgendosi a mio nonno: “Signore, Zeta voleva farle le feste”.

Quello che io avevo interpretato come un gesto di scherno era stato invece un gesto di cortesia e di sollecitudine.

Ma è arrivato il momento di dare a Cesare quel che è di Cesare…

Questo aneddoto non mi appartiene ma è di Alessandro Piperno e introduce un articolo, pubblicato sul supplemento domenicale del Corriere, dal titolo provocatorio “Elogio dell’ipocrisia”.

In realtà mi sembra di poter dire che in questo racconto non di ipocrisia si parla ma di cortesia, di gentilezza, di attenzione, quella stessa attenzione di cui tutti abbiamo bisogno. Rendercene conto è forse il primo passo per cambiare la realtà attorno a noi, per cambiare noi stessi e i nostri rapporti con gli altri.

Il tempo e l’attenzione che dedichiamo agli altri e che gli altri dedicano a noi, forse non è la ricetta per la felicità, ma è qualcosa che magari gli assomiglia.

Ripartiamo?

Dopo una lunga pausa di riflessione eccoci qui pronti a ripartire con rinnovato entusiasmo. In un anno di silenzio ne sono accadute di cose, belle e meno belle, ed elencarle tutte non è proprio possibile. Limitiamoci dunque a ricordare che

“Teniamoci visti” è diventato un libro (Casa Editrice ExCogita)

Di cosa si tratta? Undici racconti che parlano di naufraghi e naufragi, una condizione in cui tutti, almeno una volta nella vita, si sono trovati. Parliamo chiaramente di naufragi metaforici ma non per questo meno drammatici. Ma anche nelle situazioni più difficili c’è una via d’uscita, una possibilità di salvezza, e nel caso specifico la troviamo proprio nel titolo del libro: quel “teniamoci visti” rimanda ai rapporti umani, all’amicizia, alle relazioni interpersonali, un titolo che vuole essere un augurio e un impegno programmatico: non perdiamoci di vista, rimaniamo in contatto, perché abbiamo tutti bisogno degli altri, di qualcuno che ci incoraggi, ci aiuti, ci sproni ad andare avanti, ci dia quella mano che, quando stiamo per affogare, ci può trarre in salvo.

Se la cosa vi incuriosisce vi rimando alla pagina Facebook di “Teniamoci visti” dove potete trovare gli incipit dei racconti, una presentazione multimediale e tutte le informazioni in merito. Un ultimo riferimento: http://www.youtube.com/user/giancarlomontalbini

Aspetto voi e, se ne avrete voglia, i vostri commenti. E adesso il blog riparte con il desiderio di incontrarci e di confrontarci. Per quanto tempo? Fino a quando? Dipende da voi e dalla vostra voglia di partecipare.

Ricordi e nostalgia

Lo spunto per queste riflessioni nasce da un articolo di giornale e dal vecchio post di un amico nel suo blog. Ciao Lorenzo, ti ricordi “Radici e terra”?

I ricordi hanno un peso specifico e una valenza diversi da persona a persona. Per qualcuno sono un peso insopportabile di cui disfarsi il prima possibile, altri li vivono come una catena, legami col passato di cui ci si vorrebbe liberare, e magari non si riesce, per altri ancora invece sono una ricchezza, una miniera inesauribile di emozioni e sentimenti che ci fanno essere quello che siamo e ci rendono più umani, più vulnerabili dunque ma anche più autentici.
A ben guardare cosa sono i ricordi se non le tracce del nostro passato, le storie e le esperienze che abbiamo vissuto e che in qualche modo ci hanno segnato?
Ci sono certo ricordi felici e ricordi dolorosi, ma è la vita che è così; gli uni e gli altri sono indissolubilmente legati e costituiscono le nostre radici, testimonianze dirette di un’esistenza che è la nostra. Non c’è nulla di più personale e di più unico, come unico è ciascuno di noi.
Parlare di ricordi vuol dire parlare di nostalgia, un sentimento che spesso è stato interpretato come potenzialmente patologico, indice di una tendenza alla depressione.
Proviamo nostalgia per persone e cose che non ci sono più, e questo vuol dire fare i conti con la caducità della vita, con il tempo che, inesorabile, scappa via e non ritorna. Ma la inevitabile tristezza può, deve lasciare spazio a un altro sentimento, a un’altra consapevolezza: ricordo e nostalgia sono forse gli unici strumenti che abbiamo per rendere in qualche modo eterne persone e cose che appartengono al passato , e che diversamente sarebbero perse per sempre.
Cogliere questa forza, questa potenza del ricordo rappresenta dunque, in qualche modo, un invito, una sollecitazione a vivere appieno il presente. Viviamo intensamente, oggi, situazioni ed esperienze in modo da renderle memorabili, in modo da renderle, domani, degne di memoria e di ricordo.
Anche questo, credo, può rendere la vita più leggera.

Giancarlo Montalbini (pubblicato il 28 luglio 2013)